Genova, 13/01/2025.
Non esiste un posto al mondo: può sembrare un'affermazione forte, addirittura pessimistica, ma in realtà è l'esatto contrario. Una sorta di paradosso che racchiude il racconto di un viaggio, con un luogo di partenza e uno di arrivo, oltre che la narrazione del suo percorso, degli spazi che si attraversano uno dopo l'altro. Insomma, di posti ce ne sono eccome qui, in questa chiacchierata con Maurizio Carucci, voce e frontman degli Ex-Otago che, oltre alla scrittura delle canzoni, scrive anche libri.
Non esiste un posto al mondo è infatti il titolo dell'esordio letterario del musicista genovese che, da sempre, non si incasella in una sola categoria, quella appunto della musica, ma che ama spaziare fra tante passioni e attività, da quella dell'antropologia a quella legata alla Cascina Barbàn, il progetto contadino che ha avviato in Val Borbera, tra ospitalità e coltivazione naturale di uva, verdura, frutta e produzione di vino. Non esiste un posto al mondo è anche uno spettacolo teatrale, che venerdì 17 gennaio fa tappa al Teatro della Tosse a Genova, dove Maurizio, tra letture e musica, racconta il suo cammino (biglietti disponibili a questo link).
Un cammino a piedi, partito dalla Val Borbera, che ha portato Maurizio e la sua compagna verso Milano, una meta che tutti conosciamo e che raggiungiamo percorrendo la A7 ma che, in questo caso, è stato percorso attraversando le lande e i crinali spogli di un Appenino aspro e dal fascino tutto particolare. Ma perché proprio Milano? «Perché rappresenta l'esatto opposto del luogo da cui siamo partiti, la sua antitesi fatta di luci, di grattacieli, di casino, di metropolitana. La Val Borbera invece è luci spente, silenzio, tempo sospeso e sommità non elevate, ma selvagge. Partire, per noi, è stata un po' una provocazione proprio verso il luogo da cui è iniziato il nostro viaggio un po' bizzarro. In fondo noi lì siamo considerati foresti, anche se siamo genovesi, e talvolta veniamo percepiti comunque come una presenza esterna, non nativa. Allora abbiamo deciso di fare questo gesto simbolico, quasi disperato e abbiamo abbandonato per qualche tempo le radici che lì abbiamo messo da qualche anno».
«Camminare è un viaggio a velocità propria», continua Maurizio, «solo ai 5 Km all'ora, in un'epoca di velocità che devono essere performanti al massimo, utilizzare le gambe assume un valore quasi politico, sociale. Da sempre amo camminare, perchè mi aiuta ad avere una visione più ampia dello spazio che mi circonda, non solo in senso fisico, parlo anche quello interiore a me, a noi. Camminare non è solo un mero esercizio fisico. Nel nostro viaggio verso Milano sono venuto a contatto con lo stupore di essere stato testimone dello scorrere delle epoche, attraverso il lavoro di chi lavora nei campi, degli artigiani che ho incontrato. L'Appennino questo te lo fa percepire chiaramente. Dai tempi più remoti fino a quelli attuali, in cui siamo tutti follower di qualcuno o qualcosa, ho trovato il contadino, una delle attività forse più primordiali, ma anche il distributore di benzina abbandonato nel mezzo del nulla della pianura attorno a Voghera e poi ancora villette, Madonnine, cubi di cemento...».
Sicuramente un ambiente strano, assurdo, un po' deprimente e non particolarmente colorato: «La pianura che collega la Liguria e Milano è una specie di non luogo, un posto che hanno reso un cesso senza ritrovi sociali, dove il sentimento di chiusura e diffidenza te li senti pesare sul cuore».
Maurizio Carucci, oltre che musicista e camminatore di lande, è anche appassionato di antropologia. L'antropologo è l'osservatore per eccellenza, che guarda, descrive, cataloga e cerca di trovare denominatori comuni nelle società tradizionali. Potremmo dire che il suo viaggio sta tra antropologia e sociologia, perché parte da un luogo più legato alla terra, per arrivare alla metropoli moderna e contemporanea per eccellenza: «Il viaggio, secondo Malinowski (antropologo e sociologo polacco che nel secolo scorso rivoluzionò gli studi etnografici con i suoi studi delle popolazioni della Melanesia, ndr) è il mezzo che ci aiuta a metterci nei panni degli altri, perché lontano da casa siamo tutti più sperduti e fragili, quindi più aperti e ricettivi verso l'alterità».
«Durante questo viaggo», continua Maurizio, «ho conosciuto una pianura che ignoravo e ho percepito che, già a qualche chilometro da Milano, inizi a percepirne l'energia, il battito, le vibrazioni e l'aura delle sue luci. Lì ho avvertito anche l'assenza del rapporto tra città e Natura, quasi come se si fosse reciso un cordone ombelicale, al contrario della Val Borbera, in cui questo legame è molto più saldo».
Saldo esattamente con il rapporto che c'è tra musica e l'atto stesso del camminare: «Si tratta di due elementi complementari uno all'altro. Spesso quando si ascolta la musica si usa la metafora del viaggiare con la mente e questo vale per qualsiasi tipo di suono, sia esso quello di Paolo Conte o della techno berlinese».
Visto che si parla di percorsi e cammini, chissà a quale tappa della sua carriera si sente Maurizio? «Sono sul crinale, ho visto tante cose, tra i dischi e i tour con gli Otaghi e quello due anni fa con Fabri Fibra, il Festival di Sanremo. Ora sono lassù che un po' mi godo il momento, libero e capace di godermela. Da un certo punto di vista, però, tutto questo mi preoccupa, sono impreparato a godermela e ho paura che da questo punto in poi tutto possa andare a ramengo, però sono anche felice. Mi piacerebbe vedermi vecchio con questi libri, vorrei continuare ovviamente con la musica, ma anche con la scrittura. Gli Otaghi sono sempre la mia priorità, ma anche i libri e i viaggi hanno un posto importante nel mio futuro».