Itinerario lungo il Naviglio Pavese, da Milano alla Certosa di Pavia

Come sul Naviglio della Martesana, anche qui c'è una Santa Maria La Rossa, altrimenti nota come Santa Maria alla Fonte, in quanto probabilmente nei suoi pressi si trovava un fontanile: questa chiesa, con l'ambiente rustico che le sta intorno, costituisce un punto di incontro tra antico e vecchio, sacro e agreste, che purtroppo per molti anni è stato lasciato deperire. Filiazione di una Santa Maria in Fonticulum risalente al X secolo, la chiesetta faceva parte di un monastero dei benedettini poi agostiniani, soppresso nel 1782. Rappresentava, fra i campi, una confortante stazione di ristoro nell'ultimo tratto tra da Pavia e Milano. Tristano Sforza, figlio di Francesco, vi fece una sosta nel 1455 con la sposa Beatrice, sorella di Borso d'Este (quello di Palazzo Schifanoia a Ferrara), ovviamente via terra in mancanza del Naviglio Pavese odierno. Il 17 gennaio 1491 percorse questa via per Milano anche la ben più celebre Beatrice, nipote della precedente sposa ancora illibata di Ludovico il Moro. L'attuale chiesa sorge su un antico edificio absidato con pianta a croce libera considerato pre-cristiano, le cui fondamenta sono venute alla luce dopo il restauro del 2000-2003. Il saccello è stato interpretato come una cella memoriae sepolcrale tricora, unico e singolare esemplare a Milano che poteva essere collegato a una costruzione molto più grande, come ad esempio la ricca domus romana di cui effettivamente sono state trovate tracce nei ultimi restauri anche all'esterno della chiesa attuale. Questo saccello, dunque, può essere datato intorno al II secolo, almeno nella parte più antica. Consente questa datazione anche un resto di pavimentazione musiva presente nell’abside, un raffinato mosaico geometrico in bianco e nero che viene appunto riconosciuto come un’opera romana d’epoca imperiale, cioè di fine II secolo. Un'altra pavimentazione a mosaico nel braccio occidentale del sacello, presenta notevoli differenze con quello romano dell’abside: è policromo, più grossolano, le tessere sono tagliate male, il fondo è più fragile. L'epoca longobarda cui si fa risalire sarebbe dimostrata, secondo alcuni, dal vicino ritrovamento di un pluteo di questa età che richiama i plutei longobardi conservati a Monza e risalenti a V-VI secolo. Dopo un ampliamento del nucleo originario, la chiesa subì una probabile distruzione o un grave danneggiamento a opera di Federico Barbarossa nel 1162, durante l’assedio di Milano, e un successivo danneggiamento nel 1239, quando - secondo Frate Bonvesin de la Riva - Santa Maria di Fonteggio e il monastero furono coinvolti nella difesa operata dai milanesi contro l’esercito di Federico II, nipote del Barbarossa. In questa occasione l'acqua dimostrò la sua potenza difensiva: l’esercito di Milano provocò un allagamento deviando le acque dei fontanili e dei canali verso il campo nemico, costringendo Federico II alla ritirata.

Queste drammatiche vicende e insieme l’incuria e lo stato di abbandono della chiesa, dovuto all’esiguo numero di monache rimaste nel monastero, provocarono il lento declino, tanto che Papa Bonifacio VIII, l’8 giugno 1302, decise di unire le monache benedettine rimaste a Fonteggio con quelle del vicino monastero di Santa Maria delle Veteri, concedendo però a quest’ultime il governo della chiesa e del monastero di Santa Maria di Fonteggio. Tra le benedettine rimaste va particolarmente ricordata, per i restauri effettuati nella chiesa, Maria de Robacarri, figlia del nobile Giudone Robacarri, e di donna Caradossa che, rimasta vedova, si ritirò anch’essa nel monastero. È noto che alla morte della madre, Maria de Robacarri pensò di onorarne la memoria con i beni ereditati, provvedendo a riparare la chiesa e a ornarla di nuovi dipinti. Una lapide tombale tolta nel XVIII secolo dal pavimento e ora visibile all’interno sul muro rivolto a sud, ricorda appunto che nel 1333, il 19 settembre, Maria de Robacarri spese circa mille libbre per quei restauri.

Nel 1782-83 lo scavo dell’ultimo tratto del Naviglio Pavese e la conseguente elevazione della strada infersero alla chiesa l’offesa più grave: per ovviare all'interramento, con conseguente infiltrazioni d’acqua, e per consentire l’accesso ad essa dalla strada si costruì nell’interno un soppalco che divideva orizzontalmente in due parti la chiesa: la parte alta destinata al culto, quella inferiore da utilizzare come deposito. Un ponticello e un’apertura praticata sul fianco verso strada consentivano l’accesso alla nuova chiesa; l’antica porta sulla facciata immetteva invece nel cantinato. Vennero persi, inoltre, i dipinti trecenteschi e sostituite le originarie monofore. In facciata oggi ce ne campeggia ancora una con al di sopra quel che rimane di un affresco del Quattro-Cinquecento, che riproduceva la Madonna con bambino tra san Benedetto e san Bernardo. La zona absidale conserva i caratteri stilistici di quell’epoca: nella parete curvilinea dell’abside, scandita verticalmente da costoloni, si aprono finestrelle strette ed alte, pesantemente strombate, profilate in cotto e arenaria. La zona absidale e le mura esterne più antiche presentano in alto una cornice ad archi intrecciati su beccatelli, alcuni modellati  a foggia di teste umane. L'interno è a navata unica, con due cappelle ai lati dell'altare maggiore dedicato alla Vergine. Come pare dalle tracce di colore, dovevano essere tutte affrescate. Qualcuno ha ipotizzato che l'affresco nel quartiere dormitorio fosse attribuibile a Giotto, a Milano tra il 1334 e il 1336, ma è provato che fu di un suo allievo.

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