Giunta sul palco, con la polo rossa che è diventata simbolo della Missione Futura, Samantha Cristoforetti viene inondata di applausi e subito esordisce: «condividiamo una missione importante con questo museo e con tutti gli istituti del mondo: quello di accendere una fiamma di passione nei giovani che domani torneranno sulla Luna e approderanno su Marte». Subito 10 punti facili. Dopodiché procede con la spiegazione di cosa sia stata la Missione Futura, momento in cui le orecchie si fanno bene aperte e gli occhi si spalancano, lucidi come quelli dei bambini.
«Per questa missione siamo partiti io, il capitano Anton Schkaplerov, russo, e Terry Virts, americano». Qualcuno si aspetta la fine della barzelletta, ma in realtà è solo all’inizio dell’avventura. «sulla Stazione Spaziale Internazionale il nostro compito era di svolgere ricerche volte a migliorare le tecnologie della base stessa e soprattutto su fenomeni biologici misurabili solo in condizioni di microgravità».
L'International Space Station è una specie di ostello intergalattico gestito da cinque diverse agenzie spaziali: la mitologica Nasa, la russa Rka, l’europea Esa (per un terzo gestita e fondata da italiani), la nipponica Jaxa e la canadese Csa. Una specie di Expo privo di gravità, con la differenza che in quei padiglioni il progresso c’è per davvero. Samantha preferisce chiamarlo Avamposto Spaziale dell’Umanità, per due motivi: è effettivamente un avamposto in cui poter intraprendere ricerche con strumenti molto accurati, ed è effettivamente uno dei rarissimi luoghi in cui gli esseri umani collaborano tra di loro e apprezzano il fatto che li si classifichi tutti in un unico genere.
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